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molto tempo la parola "Gioco" è stata un termine linguistico di scarto
usata per definire un comportamento apparentemente volontario, ma che
non sembra avere alcuna utilità biologica e sociale. Col passare degli
anni c'è stato un forte sviluppo degli studi sperimentali sul "gioco"
ed è stato adottato un punto di vista secondo cui il "gioco" non è un
comportamento a sè, ma un aspetto di un insieme di comportamenti. Già Aristotele
nell'Etica Nicomachea X (K), 1176 b-1177a, paragonava il gioco alla
felicità e alla virtù non avendo altro scopo che sè stesse. Non sono 'gioco' le
attività ludiche nelle quali c'è, a volte, la lotta per la vittoria, per la
posta messa in palio. "Dunque la felicità non consiste nel divertimento.
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E infatti sarebbe assurdo che il fine fosse il
divertimento e che ci si affaticasse e ci si affannasse per tutta la
vita solo allo scopo di divertirsi. L'agir seriamente e l'affaticarsi a
scopo di divertimento sembra cosa sciocca e troppo puerile; mentre lo
scherzare al fine di agir seriamente, secondo il detto di Anacarsi
sembra essere giusto". Infatti il motto di Anacarsi (Figura di antico
saggio,VI sec. a.C. in parte leggendaria e per la sua sapienza è
presente in alcuni elenchi dei Sette Sapienti) non si riferisce alla
contrapposizione "riposo-serietà", ma a quella "scherzo-serietà". Homo
ludens di J. Huizinga, Teoria dei giochi di J. von Neumann, I giochi e gli uomini di R. Callois, Il Gioco di M. Eigen, Il gioco come simbolo del mondo di E. Fink, I Giochi linguistici di L.Wittgenstein,
sono opere che confermano come l'essere umano, in campi diversi, da quando
si rende conto di essere al mondo, non fa che giocare sino alla morte
vedendo nel gioco una delle attività fondamentali della sua vita. |
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A tale proposito è da ricordare quanto scrive Schiller che,
nelle Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, ha sottolineato
l'importanza del gioco per la storia della cultura. Nella lettera n.15,
Schiller scrive: "(...) che fra tutte le condizioni dell'uomo proprio
il gioco e "solo" il gioco lo rende compiuto (...)". Insomma per
dirla brevemente, l'uomo gioca solo quando è uomo nel pieno significato
della parola ed "è" interamente uomo solo quando gioca. Ed ancora nella
lettera n.26, si legge: "Fin tanto che l'uomo è ancora allo stato
selvaggio, gode solo con i sensi. (...) non appena comincia a godere
con l'occhio, e il vedere acquista per lui un valore indipendente, egli
è già anche esteticamente libero e si è sviluppato in lui l'istinto del
gioco. Non appena comincia ad agire l'istinto del gioco, che trova
diletto nella parvenza, lo segue anche l'istinto dell'arte, (...)".
L'istinto del gioco (Spieltrieb) schilleriano deve essere inteso come
quel qualcosa che abbraccia l'istinto della forma (Formtrieb) e
l'istinto della materia (Materietrieb) " perché solo l'unità della realtà con la
forma, della contingenza con la necessità, della passività con la
libertà, rende compiuto il concetto dell'umanità". Per questo bisogna
contrapporre alla civiltà esistente una civiltà estetica intendendo per
questa l'esperienza artistica generalizzata e caratterizzata come libero
gioco dell'uomo, come struttura fra l'uomo e l'ambiente, come struttura
organizzata creativa contro l'attuale struttura meccanizzata.
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Concetti questi che troviamo in Marcuse
(La dimensione estetica), il quale afferma che è di rilevante
importanza capire la felicità come elemento indispensabile per la
libertà. "L'arte come gioco, (si legge in qualche libro) è dunque un
modo, non una cristallizzata e immobile verità ontologica". La
celeberrima affermazione di Picasso: "Io non cerco, trovo", vuol dire
che la sua scelta è indirizzata prevalentemente al gioco.
Calder, Chagall, Melotti, Mirò, Picasso
e ... hanno giocato con l'arte ed io per affinità elettive continuo nel
mio libero gioco, seguendo umilmente le loro orme, consapevole che "solo il gioco dell'artista e il gioco del bambino possono nascere e morire, costruire e distruggere con innocenza".
Sandro Greco
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