Un secolo fa quando le informazioni non conoscevano pixel e spettacolarizzazioni,
il pensiero e le parole viaggiavano soprattutto per le pagine sobrie e porose
delle riviste e dei quotidiani. In Europa, in Italia e anche nel piccolo Salento.
Tra quelle pagine di provincia (a volerne ricordare qualcuna: Il figlio di don
Ortensio, La democrazia...) ci si poteva imbattere in articoli di protesta
sociale, propaganda politica, e in tutto ciò che ancor oggi si può leggere su un
comune quotidiano. Ma non solo! Allora, sulle prime pagine dei giornali
comparivano poesie! E questo ai nostri giorni è fuori moda! Oggi, una poesia in
prima pagina è fenomeno raro e lascia immaginare tempi andati in cui l'attività
del comporre versi aveva un valore morale e civile (il buon Carducci l'aveva
strillato per anni). A rivederli ora quei titoloni con il seguito di lunghi
poemi al posto degli editoriali o degli articoli di spalla danno un senso di
distanza geografica e temporale. Quei versi li firmavano professori,
giornalisti, avvocati, spesso celati dietro incomprensibili psuedonimi, quasi
tutti dimenticati dalle antologie letterarie nazionali e provinciali. Negli
ultimi decenni, proprio molti di quegli autori perduti in anonime pagine di
riviste locali e archivi di biblioteche vengono passo a passo recuperati grazie
a vari studi e tesi di laurea motivati dal sempre più sentito bisogno di
restituire una più vasta coscienza storica e culturale alla nostra provincia.
Oggi, per poche righe, ci concederemo un'escursione tra alcune di quelle pagine
vecchie di un secolo nelle quali lasciava la sua firma un dimenticato autore
salentino: EOO, che scrisse la Trilogia dell'anima 1900-1905 , conservata
presso la biblioteca provinciale di Lecce. E' uno psuedonimo come quelli di cui
si diceva poche righe fa, lo si può leggere per caso tra riviste d'inizio secolo
senza avere indizio del suo inventore: l'avvocato Luigi Paladini nato e
vissuto a Lecce, 1862-1936. Egli fu poeta e intellettuale attivissimo nella
nostra provincia, si battè sin dai primi anni del novecento per l'istituzione
dell'università a Lecce e fu tra i primi sperimentatori del verso libero nelle
riviste locali. Ebbe come modello linguistico il Carducci e tuttavia percorse
solitario tra i conterranei la strada del simbolismo. Per parlare dei suoi versi
proporrò in questo breve spazio la più inconsueta delle letture: non riassumerò
in prosa la sua opera ma sceglierò una poesia soltanto, la più enigmatica, e
cercherò di risolverne il senso. Nessuna preoccupazione di completezza mi preme,
ma l'esperimento avrà il pregio di svelarci una tecnica poetica: è solo un
piccolo passo, ma chiunque ne abbia interesse potrà avanzare gli altri da sè.
Scelgo il testo compreso nell'opera citata, vol. I, pag.150: La morte del
centauro. Il lettore moderno non si lasci scoraggiare dal sapore arcaico
delle parole: questi non lontani conterranei sentivano la poesia in un modo
affatto diverso dal nostro e questa distanza ha il fascino dell'alterità.
Leggiamo dunque, questi versi dedicati al centauro: Da dove nato? / Da qual
tumulto / Di terra, tutta / Scoscesa, tra / Le nubi, il sonito ed i dirupi, /
Oltre i serpi, i cammelli, i corvi e i lupi...? Questa prima strofa presenta
semplicemente l'animale fantastico. La seconda ne descrive in breve la vita:
Pugnò le pugne / D'amor, nel lungo / Nitrir le snelle / Cavalle, al subito /
Parer del mostro su gli asciutti fianchi, / sopra i garretti di pestar non
stanchi, / Vie palpitaro... Nella terza strofa leggiamo la morte del
centauro: Come caduto? / Da quali altezze? / In quale burrone / giacque il
prodigio...? Ora la massima attenzione: la quarta e la quinta strofa sono il
cardine della nostra lettura. Il poeta si chiede che cosa sia nato dalla
carcassa del fantastico animale: Sopra il mortale, / Sopra il caduto, /
Chiudente il vano / Dell'occhio al suolo... / Qual nuovo forma, / Meglio
saldata, / Più erta ai bronchi, / Più alta all'aure.../ Tornò a slanciarsi con
più sicure ali...? A questo punto il poeta si dà varie risposte: Fu
ippogrifo? / Spirto, crociato? / Spergiur, solingo / Sofo o veggente? L'ippogrifo
è un animale fantastico inventato dall'Ariosto, leggendo "crociato" per
immediata associazione d'idea vien da pensare al Tasso, "solingo sofo" significa
filosofo solitario: sono tutti riferimenti a personaggi della letteratura. Non a
torto il lettore obietterà che non è affatto chiara la relazione esistente tra
la morte del Centauro con l'Ariosto, il Tasso, un non ben definito filosofo e
gli altri personaggi. Ma questo è il punto sul quale soffermarsi! Il centauro è
un simbolo: come uno strano psuedonimo esso nasconde il suo referente. Poichè
abbiamo visto che ciò che è nato dal centauro è un'opera letteraria o il suo
creatore (Ariosto, Tasso, ecc.), sembrerà coerente pensare che anche l'animale
al quale è dedicata la poesia nasconda qualcosa che abbia quella provenienza.
Concluso il rullo di tamburi veniamo allo scoperto: Il centauro, un mito, non
può che essere la letteratura classica! Detta in altri termini, la domanda che
Paladini si pone suona così: dopo la morte della letteratura classica che cosa
nacque? Una poesia che narra poesia! In questa semplice constatazione abbiamo
già colto un aspetto essenziale dell'opera del Paladini e ci accontenteremo di
questo stimolo perchè lo spazio concesso va colmandosi. Non nego che questa
lettura, che qui si è proposta quasi come improvvisata, discende da una lunga
familiarità con il gusto del poeta. Il piccolo percorso svolto fa intendere che
cosa si sia voluto indicare con il termine "simbolismo". Il lettore curioso lo
accetti come una piccola chiave per una personale lettura più vasta: l'ingresso
per una città di parole appena intravista. Se un commento potesse esaurire un
testo non avremmo che da leggere le varie storie della letteratura! Ma davanti
al panorama di un città sconosciuta come non pensare di volerne attraversare le
strade personalmente?
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