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di Giuseppe Mazzotta

UNA FARFALLA SUL VETRO

Incapacità ad adattarsi, ricerca del vero, mancanza di affetti, ossessione nel considerare gli altri come “sassi”, apatia, noia, falsa attesa di una chiamata, disadattamento. Sono questi alcuni temi scomodi che hanno infierito sull’animo di Carlo protagonista del romanzo ”Una Farfalla sul Vetro”. Giuseppe Mazzotta, autore del testo:”Una Farfalla sul Vetro”, propone appunto un testo difficile, intenso e scomodo. Si tratta di una storia immaginaria che si compie nell’arco di circa una settimana,    dal 31 luglio al 4 agosto 1989, nell’arco di tempo che va da un lunedì ad un sabato.    Il testo offre un sincero e utile spaccato della Lecce di quegli anni, accompagnando il lettore verso le più segrete stanze delle anomalie del vivere. Protagonista:”Carlo”,     un “non considerato”, forse un illuso, sfiduciato e represso, “che vive una non vita”, alla ricerca di una rivincita nei confronti della vita, della propria e di quella degli altri.

Frequentava a Lecce il “Corto Maltese”, dal nome del personaggio di Hugo Pratt, dove Carlo e l’amico Roberto sostavano sovente davanti a un paio di “sogni liquidi e ghiacciati”. Carlo vive una “non vita”, gradisce gironzolare nella sua città, la domenica mattina quando tutti sono a mare, quando la città è deserta, quando non incontra i sassi. Si, i sassi. Carlo considera gli altri come sassi. Vuoti (o pieni dell’arroganza della roccia?), inespressivi dietro la finzione della maschera? Quante spiegazioni per conoscere perché Carlo consideri gli altri, e la vita in generale, come sassi? Sicuramente Carlo parte da un presupposto errato, giacchè ad esempio gli scultori della pietra (dagli scalpellini leccesi a Michelangelo) hanno un approccio con la materia pietra assolutamente differente. Nel loro caso c’è vero amore, loro avvertono anche le sfumature di odore delle singole venature nelle varie tipologie di roccia, marmo, etc. Carlo considera gli altri come pietre, sassi umani, cose che valgono poco, meno di quanto uno scultore possa considerare  le pietre. Carlo vive anche una ribellione nei confronti del padre, ma questo è un fenomeno globale e naturale, che coinvolge tutte le generazioni da sempre. Chi fra i “normali”, non ha affrontato le stesse piccole patologie; e in questo tutti siamo un po’ Carlo.

La storia, diceva Cicerone, è maestra di vita, e quella sofferenza, minima e naturale, si aggiunge in Carlo ad una lunga sequenza di muri per i quali solo Carlo potrà decidere come rinascere …

 

Noi altri “non del tutto folli”, dobbiamo trarne alcuni utili spunti; che: la cura è nello stesso male, giacchè le oppressioni e le angosce sono sempre prove della vita, che servono a fortificare l’individuo sano.  Non è questa la storia del protagonista il quale sceglie di affermare il proprio “io” chiudendo i rapporti difficili con il padre e con gli altri in modo decisamente estremo. Carlo cercava l’amore, ma ne temeva le conseguenze, perché riteneva che quel sentimento folle presto sarebbe finito. Desiderava cambiare per il grasso che cascava lungo i fianchi, e quindi non si piaceva. Quando accadde che qualcuno si era interessato a lui, quella persona (una bella ragazza), riuscirà a sbloccare, senza saperlo, la forza della disperazione che era insita nel DNA del protagonista. Certo, una forza negativa, che nasce da un malessere di vivere, e che manifesterà i sui effetti tragici. Carlo sprofonda in apatia, noia e  falsa attesa di una chiamata, che qualcuno lo venisse a cercare, che qualcuno smuovesse quelle acque limacciose dentro le quali nuotava. Solo quando Carlo scopre una stanza segreta, profanandola troverà l’abbondanza della forza delle armi, strumenti di morte che egli temeva, ma del quale ne subiva il fascino. Solo allora troverà la forza della sua rinascita e la forza per distruggere quelle inutili pietre più fortunate di lui.

   

 

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