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Continuando
a “giocare”, questo ironico “bambino”
riflette e ci fa
riflettere ancora una volta, a modo suo,
su alcuni dei temi fondamentali della nostra esistenza.
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Sandro Greco è uno dei più fantasiosi e inventivi
artisti salentini degli ultimi tre decenni. Alla base della sua
ricerca c’è una concezione totalizzante dell’arte,
la quale deve liberarci dai condizionamenti e dalle convenzioni
della vita quotidiana, sviluppando la sensibilità e l’immaginazione
per rendere più fruibile umanamente la realtà. Non
a caso nei suoi scritti ricorre così spesso il motivo del
“gioco”, che, proprio come l’arte, permette all’uomo
di sentirsi veramente libero e creativo e di restare sempre bambino,
il che, secondo Greco, rappresenta un “grandissimo dono”.
Questo spiega l’incessante sperimentazione, da parte dell’artista,
delle tecniche e dei materiali più disparati, in una sorta
di ricostruzione “ludica” dell’universo, per parafrasare
il titolo del famoso manifesto futurista di Balla e Depero del 1915.
L’occasione per ripercorrere i momenti principali della sua
attività ci è fornita dalla mostra antologica Il gioco
e l’arte, allestita nelle sale della Fondazione Memmo, a Lecce,
dal 5 settembre al 10 ottobre 1999. L’esposizione, assai ampia
e articolata, comprendeva un centinaio di opere, realizzate in un
arco di tempo di quasi mezzo secolo, oltre a un folto gruppo di
“oggetti” estetici e alle pubblicazioni dell’artista,
tra le quali ricordiamo: Informazioni estetiche 1968-1973 (1974),
L’arte è... (1997), Il tempo, i pensieri e i ricordi
(1997), Calendario 1998, Dialogo tra un artista una farfalla e un
testuggine, con una introduzione di Gillo Dorfles (1999).
Le prime tele esposte, che risalgono al lontano 1955, documentano
la fase figurativa di Greco, nato a S. Pietro Vernotico (Brindisi)
nel 1928, e sono ispirate al mondo del circo, che colpì fortemente
la fantasia del giovane pittore, rimasto affascinato dalla possibilità
di una vita diversa, più libera e autentica. Da allora quello
circense è stato uno dei temi prediletti dall’artista,
che gli dedicò la personale del 1964, svoltasi nella galleria
Maccagnani di Lecce. Da qui la presenza, anche nelle sue opere recenti,
di clown, saltimbanchi, giocolieri e cavallerizze, personaggi di
un mondo magico e incantato, che non a caso sanno apprezzare soprattutto
i bambini con la loro visione semplice e ingenua, e perciò
forse più “vera”, della vita.
Del 1967 sono invece i lavori seguenti, nei quali Greco, che è
laureato in Farmacia e ha insegnato per molti anni chimica, incomincia
a mettere a frutto le sue conoscenze in campo scientifico, cercando
di far dialogare arte e scienza, le quali, come scriveva nel catalogo
della mostra tenuta quell’anno alla galleria Mediterranean
di Brindisi, «sono entrambe frutto della Fantasia creatrice».
Queste composizioni, che sviluppano in chiave pittorica il tema
del plasma, «quarto stato della materia» (dopo il solido,
il liquido e il gassoso), si collocano a metà strada tra
l’astratto e l’informale e preannunciano la vera e propria
fase sperimentale di Greco. Il rapporto arte-scienza sarà
da allora una costante della riflessione e dell’opera dell’artista,
che utilizzerà spesso nei suoi scritti di poetica formule
matematiche, fisiche, chimiche, considerandole alla stregua di «informazioni
estetiche».
Il ‘68 rappresenta una svolta per la carriera artistica di
Greco. In quel periodo, com’è noto, si rifiutava il
quadro, la pittura tradizionale da cavalletto e si affermavano tendenze
che, facendo a meno dell’opera, preferivano puntare sul puro
pensiero oppure sul gesto, sull’azione, sulla performance.
Nascono così, una dietro l’altra, l’arte concettuale,
l’arte comportamentale, l’arte povera, la land art, ecc.
L’artista salentino non si fa trovare impreparato dinanzi a
simili mutamenti e anzi imbocca subito una strada congeniale al
suo temperamento e alla sua sensibilità. Decide allora di
rendere simbolicamente un “omaggio alla natura che muore”,
mettendosi a piantare “fiori di carta” sulla sabbia, sulla
roccia, sull’asfalto e collocando “strisce di carta”
sui rifiuti industriali, sui copertoni, sugli alberi secchi. Con
questi interventi, dei quali restano le testimonianze fotografiche,
egli mirava a ingentilire, ad abbellire una realtà a volte
grigia e uniforme o a reagire a un suo irrimediabile degrado, quasi
in anticipo sulle tematiche ambientalistiche, sviluppatesi in seguito.
Alla fase concettuale appartengono altre innumerevoli “creazioni”
di Greco, anch’esse presenti in mostra: gli “istogrammi”,
che analizzano con criteri puramente statistici la ricorrenza delle
lettere dell’alfabeto in una composizione letteraria; i “farmaci
concettuali”, ironiche “confezioni” di supposte,
fiale, sciroppo, compresse, consigliate nelle “deficienze estetico-culturali
sia acute che croniche”; polemici “reliquiari” contenenti
aria o acqua non inquinata; le “cassette di legno” contenenti
invece... concetti astratti, pure idee, messi in vendita come se
fossero normali prodotti commerciali; le “scacchiere”,
che rappresentano virtuali partite da lui giocate con alcuni dei
maggiori artisti contemporanei; le “bilance” per “pesare”
lo spazio e il tempo, l’ordine e il disordine; i “libri
di stoffa” o “di legno”; le “tele bianche”,
ecc. Si tratta, come si vede, di una serie veramente inesauribile
di oggetti, nei quali si dispiega tutta la fantasia, non priva di
una buona dose di ironia, dell’artista, nonché la sua
abilità manuale.
Intorno al 1980 si verifica una nuova inversione di rotta nel percorso
artistico di Greco, che accusa l’avanguardia di mercificazione,
di essere diventata cioè una pura moda, non avendo raggiunto
«il fine che era nelle intenzioni, quello che è in
definitiva l’ultima meta di tutte le rivoluzioni: la libertà
e la felicità dell’individuo». Ecco allora che,
dopo averla rifiutata, egli ritorna alla pittura, dipingendo o disegnando,
con le tecniche più varie, paesaggi da favola e cieli stellati,
strani personaggi e figure del circo, soli e aquiloni, tutto un
repertorio di immagini di estrema grazia e leggerezza, con un segno
sottile e gioioso, che ricorda quello di Mirò e Klee, i suoi
ideali maestri.
Le stesse figurazioni, lievi e allusive, compaiono nei “tapp-arazzi”,
ai quali è stata dedicata un’intera sala della rassegna
leccese. Queste opere, intessute dall’artista stesso con la
tecnica dei tappeti annodati oppure utilizzando la lana incollata
su tela, «acquistano – ha scritto Arrigo Colombo –
una consistenza nuova e – diremmo – una forza per la loro
stessa materia, la lana densa e soffice, calda, lo spessore, la
densità del lavoro del manufatto; ma acquistano anche più
intensità e forza di colore e di segno».
| Il
gioco e l’arte
Sandro Greco
Per molto tempo la parola “Gioco” è stata
un termine linguistico di scarto usato per definire un comportamento
apparentemente volontario, ma che non sembra avere alcuna
utilità biologica e sociale. Col passare degli anni
c’è stato un forte sviluppo degli studi sperimentali
sul “gioco” ed è stato adottato un punto
di vista secondo cui il “gioco” non è un
comportamento a sé, ma un aspetto di un insieme di
comportamenti. Già Aristotele, nell’Etica Nicomachea
X (K), 1176 b-1177a, paragonava il gioco alla felicità
e alla virtù non avendo altro scopo che se stesse.
Non sono “gioco” le attività ludiche nelle
quali c’è, a volte, la lotta per la vittoria,
per la posta messa in palio. «Dunque la felicità
non consiste nel divertimento. E infatti sarebbe assurdo che
il fine fosse il divertimento e che ci si affaticasse e ci
si affannasse per tutta la vita solo allo scopo di divertirsi.
L’agir seriamente e l’affaticarsi a scopo di divertimento
sembra cosa sciocca e troppo puerile; mentre lo scherzare
al fine di agir seriamente, secondo il detto di Anacarsi sembra
essere giusto».
Infatti il motto di Anacarsi (figura di antico saggio, VI
sec. a.C., in parte leggendaria; per la sua sapienza è
presente in alcuni elenchi dei Sette Sapienti) non si riferisce
alla contrapposizione “riposo-serietà”, ma
a quella “scherzo-serietà”. Homo ludens di
J. Huizinga, Teoria dei giochi di J. von Neumann, I giochi
e gli uomini di R. Callois, Il Gioco di M. Eigen, Il gioco
come simbolo del mondo di E. Fink, I Giochi linguistici di
L. Wittgenstein, sono opere che confermano come l’essere
umano, in campi diversi, da quando si rende conto di essere
al mondo, non fa che giocare sino alla morte vedendo nel gioco
una delle attività fondamentali della sua vita. A tale
proposito è da ricordare quanto scrive Schiller che,
nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo,
ha sottolineato l’importanza del gioco per la storia
della cultura. Nella 15ª delle sue lettere Schiller scrive:
«[...] che fra tutte le condizioni dell’uomo proprio
il gioco e “solo” il gioco lo rende compiuto [...].
Insomma, per dirla brevemente, l’uomo gioca solo quando
è uomo nel pieno significato della parola ed “è”
interamente uomo solo quando gioca». Ed ancora nella
26ª lettera si legge: «Fin tanto che l’uomo
è ancora allo stato selvaggio, gode solo con i sensi.
[...] non appena comincia a godere con l’occhio, e il
vedere acquista per lui un valore indipendente, egli è
già anche esteticamente libero e si è sviluppato
in lui l’istinto del gioco. Non appena comincia ad agire
l’istinto del gioco, che trova diletto nella parvenza,
lo segue anche l’istinto dell’arte [...]».
L’istinto del gioco (Spieltrieb) schilleriano deve essere
inteso come quel qualcosa che abbraccia l’istinto della
forma (Formtrieb) e l’istinto della materia (Materietrieb)
«perché solo l’unità della realtà
con la forma, della contingenza con la necessità, della
passività con la libertà, rende compiuto il
concetto dell’umanità». Per questo bisogna
contrapporre alla civiltà esistente una civiltà
estetica intendendo per questa l’esperienza artistica
generalizzata e caratterizzata come libero gioco dell’uomo,
come struttura fra l’uomo e l’ambiente, come struttura
organizzata creativa contro l’attuale struttura meccanizzata.
Concetti questi che troviamo in Marcuse (La dimensione estetica),
il quale afferma che è di rilevante importanza capire
la felicità come elemento indispensabile per la libertà.
«L’arte come gioco, (si legge in qualche libro),
è dunque un modo, non una cristallizzata e immobile
verità ontologica». La celeberrima affermazione
di Picasso: «Io non cerco, trovo» vuol dire che
la sua scelta è indirizzata prevalentemente al gioco.
Calder, Chagall, Melotti, Mirò e altri hanno giocato
con l’arte ed io per affinità elettive continuo
nel mio libero gioco, seguendo umilmente le loro orme, consapevole
che «solo il gioco dell’artista e il gioco del
bambino possono nascere e morire, costruire e distruggere
con innocenza».
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Negli anni Ottanta-Novanta, ormai, è la manualità,
legata spesso alle tradizioni più tipiche del Salento, a
caratterizzare prevalentemente il lavoro di Greco, che non a caso
si definisce «un artigiano dell’arte» e si esercita
anche nel mosaico, con i “tappeti di pietra”, nella ceramica,
decorando piatti, vasi, mattonelle, tazzine, nella cartapesta e
ancora, più recentemente, nell’oreficeria, realizzando
raffinati gioielli in oro, argento, ottone, esposti nell’antologica
leccese per la prima volta.
A questi ultimi anni risalgono anche tre cicli, ai quali sono state
riservate le altre sale della mostra: il ciclo “Éluard-Greco”,
la serie delle “farfalle” e le “maschere allo specchio”.
Il primo vuole essere un omaggio a Paul Éluard e in particolare
a una sua famosa poesia, Libertà, che per Greco ha quasi
il valore di un’epifania, in quanto egli ritrova in essa il
motivo ispiratore, la parola-chiave quasi di tutto il suo lavoro,
nelle molteplici accezioni che questo termine possiede, oltre che
immagini a lui care da sempre. E infatti nei ventidue dipinti a
tecnica mista, che compongono il ciclo, ritornano alcuni dei temi
da lui prediletti, quasi in un’ideale ricapitolazione della
sua esperienza artistica: i fiori sulla sabbia, la tela bianca,
il sole, certi incantati paesaggi, gli istogrammi, il clown, ecc.
Le farfalle, ovvero i “fiori di carta con le ali”, sono
per Greco un’altra meraviglia della natura, che solo chi conserva
l’animo di un bambino può adeguatamente apprezzare nel
loro fantasmagorico dispiegarsi di colori e di tonalità.
Ed egli affronta il tema delle “farfalle” in infinite
variazioni, dipingendole o realizzandole in lamina d’argento,
in cartapesta o in ceramica, con effetti di notevole suggestione
visiva, invitando tacitamente a godere la bellezza e l’armonia
del creato, ma al tempo stesso a rispettare e a salvaguardare la
natura, perché le farfalle sono anche, come precisa, «dei
preziosi indicatori biologici dello stato di salute del nostro ambiente
naturale». Le “maschere allo specchio”, infine,
sono l’ultima creazione dell’artista salentino che, abbinando
ogni volta una maschera di cartapesta a uno specchio con una cornice
a mosaico, sviluppa il motivo del contrasto tra verità e
finzione, tra essere e apparire. Qui attraverso le didascalie, ricche
di citazioni letterarie (La Rochefoucauld, Wilde, Queneau), egli
riesce a coinvolgere lo spettatore in una sorta di gioco dell’oca,
spingendolo a seguire un certo percorso con la particolare numerazione
delle opere. Continuando a “giocare” insomma, questo ironico
“bambino” di settantadue anni riflette e ci fa riflettere
ancora una volta, a modo suo, su alcuni dei temi fondamentali della
nostra esistenza.
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